La vicenda di Saman, giovane vittima di una barbarie che non può avere alcuna giustificazione, ci deve far riflettere su altri aspetti di una vicenda affatto isolata
Chi scrive crede poco, anzi affatto, a quanto riferito dalla stampa forse imbeccata da certe istituzioni; assurdo ed ignobile far credere che la ragazza, appena compiuti i 18 anni, abbia deciso di rientrare a casa, tra i suoi probabili carnefici. Più verosimilmente, anche perché capita a centinaia di altri giovani in condizioni simili, i servizi sociali potrebbero aver fatto spallucce “è maggiorenne, non possiamo più occuparcene”. Certi “professionisti del settore”, infatti, non cercano soluzioni pur a portata di mano per sostenere ed aiutare minori che raggiungono i 18 anni; obiettivo primario, senza ipocrisia, è quello di apparire solerti nei confronti di amministrazioni ed amministratori locali piuttosto pigri, salvo rare eccezioni. I giovani disagiati, specie se ad alto rischio, possono essere validamente aiutati da chi intenda farlo con amore e professionalità. Il “meglio in ogni caso in famiglia” può andar bene per i romanzetti da due soldi e per strappare lacrime e voti idioti: la realtà è ben altra cosa. La violenza, di qualsiasi genere, si perpetua soprattutto tra le mura domestiche. Un brutto scossone pur se bifronte, inutile negarlo, è arrivato dalla vicenda Bibbiano. Invece che cercare la verità, tra genitori isolati e faccendieri senza scrupoli, s’è preferito farne un caso politico; ci si augura che la magistratura sappia valutare e colpire senza pietà laddove si dovesse, ma la strumentalizzazione ha raggiunto livelli inaccettabili. Qualcuno ha scritto “Custer è morto per i nostri peccati”; anche Saman.

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Saman è morta anche per i nostri peccati
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